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Quando si è condannati al lavoro nero

galera(Indebitarsi o lavorare in nero per anticipi fiscali dovuti… allo Stato usuraio?) Ho studiato 10 anni per conseguire la piena realizzazione professionale. Ho vinto il dottorato, il post-dottorato e ho fatto ricerca all’estero giungendo ad una piena indipendenza economica. Dopodiché tutto precipita. Il mio professore va in pensione e mi abbandona a un futuro incerto. Nel frattempo anche i miei genitori vanno in pensione e non ho più la possibilità di godere dei cosiddetti ammortizzatori familiari, tanto esenziali in quei terribili periodi-finestra collocati tra un contratto e l’altro. Tuttavia, fortuna vuole che riesca ad avere un contratto in RAI 9 mesi l’anno, consulenza a partita Iva, per un impegno complessivo di 5 giorni alla settimana, e circa 40 ore settimanali (ovviamente gli orari sono variabili). L’impegno non mi ha permesso di proseguire gli studi e la ricerca, ma speravo di avere, se non risolto, almeno alleviato le incombenti questioni economiche: 17 mila euro lordi per 9 mesi di contratto. Più 3 mesi di fermo produzione che vengono tamponati da piccoli contratti in altre produzioni. Si arriva a 20mila, 22mila euro lordi l’anno. Inizia così il calvario della partita Iva: spese di commercialista, ritenuta d’acconto da parte dell’azienda, versamento trimestrale dell’Iva. Fin qui tutto bene, mi dicevo. Basta fare i conti, conservare ciò che è dovuto allo Stato e il gioco è fatto. Un brutto giorno, invece, scopro l’infernale marchingegno degli acconti: 2000 euro il prossimo mese di novembre che lo Stato pretende a fronte di un incasso mai percepito. Guadagnando circa 1300 euro al mese, non riesco assolutamente a risparmiare i soldi per versare un acconto così ingente. Così mi trovo nella paradossale condizione di dover contrarre un debito bancario per sopperire ad una regola che è assolutamente anticostituzionale, ovvero quella di pretendere dal contribuente delle tasse su incassi mai ricevuti. Una delle modalità endemiche, largamente adottate dagli italiani per sopperire a questa grave norma costituzionale, è quella di trovare un secondo lavoro in nero che permetta di pagare gli acconti. Acconti che, hanno ragione d’essere se applicati ai grandi contribuenti ma che assurdamente vengono estorti (e uso non a caso questo termine) ai contribuenti che esibiscono un modestissimo volume di “affari” e che non hanno alcuna possibilità di vederlo accrescere perché hanno un unico committente per cui lavorano. E’ dunque lo Stato che, indirettamente, costringe i contribuenti all’indigenza o al lavoro nero attuato al fine di evitare la persecuzione fiscale, in luogo di una norma (quella degli acconti) iniqua, che priva le persone delle proprie liquidità e della possibilità di vivere con il proprio stipendio. Il rischio (azzarderei a chiamarla certezza), che sembra riguardi più di un milione di persone, è dunque quello di aumentare il lavoro nero o morire di fame perché strangolati dallo Stato usuraio.
Lettera firmata da ‘La Repubblica’ di venerdì 21 agosto 2009

1 comment to Quando si è condannati al lavoro nero

  • Franco - Oderzo

    Nessuna delle Associazioni a difesa dei consumatori, dei contribuenti, degli esseri umani che in Italia si sbattono per poter sopravvivere si è sentita in dovere di portare questa situazione -tutta italiana- davanti alla Corte Europea per il rispetto dei diritti del cittadino?

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